Le tradizioni pasquali in Romagna

Le tradizioni pasquali in Romagna hanno radici antiche che si ritrovano attorno ad una tavola imbandita.

LE TRADIZIONI PASQUALI IN ROMAGNA COMINCIANO DALLA COLAZIONE

Le tradizioni pasquali in Romagna partono dal momento della colazione. La mattina di Pasqua infatti, la tavola è imbandita con un menù preparato apposta per questa giornata. Nelle campagne delle Romagna, la colazione di questo giorno era molto abbondante, considerando che il giorno di Pasqua chiudeva un periodo di 40 giorni di Quaresima. Periodo durante il quale digiuno e rinunce erano assolutamente rispettati.

IL MENÙ DI PASQUA NELLE TAVOLE ROMAGNOLE

Nella famiglia contadina, nella bassa Romagna, la colazione prevedeva ciambella (brazadèla o zambela), i gialletti o piadòt (un biscotto con farina di mais e uvetta ), fette spesse di salame con piadina. A pranzo non potevano mancare i passatelli in brodo e chi se lo poteva permettere le lasagne con la sfoglia verde di spinacio o ortica. La carne per lo più era quella di coniglio, facilmente reperibile in tutte le case contadine con contorno di patate o erbette di campo. Se rimanevano ancora uova, l’azdora preparava come dolce la zuppa inglese.

Accanto alla pagnotta pasquale e qualche salume, il re della tavola era l’uovo sodo rigorosamente benedetto durante la settimana procedente alla domenica di Pasqua.

LA TRADIZIONE DELL’UOVO IN ROMAGNA

In ogni piatto un uovo che dopo una breve preghiera di ringraziamento, veniva privato dal guscio e veniva mangiato in silenzio. La tradizione vuole, che il guscio, essendo benedetto, dovesse essere gettato nel camino per essere bruciato.

Per tingere le uova, si ponevano dentro una pezza di stoffa e tra questa ed il guscio si mettevano piccole foglie e fiori di diverso colore; si facevano bollire e i fiori e le foglie rimanevano impressi nel guscio. Con le uova colorate, prima di consumarle, i bambini giocavano a “machì machì” (il gioco degli ammacchi), che era una sorta di simpatica gara per stabilire chi aveva l’uovo con il guscio più resistente, dovendo percuotere con la punta del proprio, l’uovo tenuto in pugno dall’avversario.

Siamo curiosi di conoscere le vostre tradizioni famigliari: cosa avete conservato e cosa avete, invece, introdotto?

Con questo articolo vi auguriamo una serena Pasqua a tutti voi che con passione ci seguite e leggete!

Se sei interessato a conoscere tutte le curiosità sulle tradizioni romagnole, ti invitiamo a leggere i nostri articoli qui

I sermoni di Natale

Scopriamo insieme una tradizione antica, quella dei sermoni di Natale, che anche in Romagna ha vecchie radici.

I SERMONI DI NATALE

Il Natale è quella festa che tutti noi, grandi e piccini, attendiamo  con allegra trepidazione.

I sermoni sono, di fatto, poesie di pochi versi o filastrocche a tema religioso o morale riferite all’evento natalizio.

Per tradizione, anche in Romagna, i “sermoni” venivano recitati a casa o nelle chiese, davanti al presepe, dai bambini che promettevano a mamma e babbo di fare i bravi.

La nascita della recita dei sermoni di fronte al Bambino Gesù viene fatta risalire a San Francesco che nel 1223, in provincia di Rieti, organizzò quello che può essere definito il primo presepe.

La recita dei sermoni, in dialetto romagnolo, era molto diffusa in Romagna. Oggi purtroppo la tradizione è venuta un meno.

Non non vogliamo rinunciare alla possibilità di regalarvi la possibilità di riproporre in casa un sermone di Natale in dialetto romagnolo.

Ecco allora il sermone “Bell babin sora la paja” in romagnolo e in italiano (per i meno avvezzi al dialetto).

SERMONI DI NATALE IN DIALETTO ROMAGNOLO

Bell babin sora la paja

Bell babin sora la paja/ in cla ca senza muraja/t’an’e’ sent che fa friscot?/E me invezi a jò e’ capot./

Bell babin, dim e’ parchè/ t’an se ned t’na cà da Re,/mentr’aquà, senza calor/t’at guadagn un bel fardor?/Um fa spezi la Madona/tanta bela e tanta bona:/us ved propi, la purena/ch’lan ha atrôv ‘na maiulena./San Jusèff dgì sò, cum èla,/Vò a javì cla caparela,/mo che pòvar anzulin/un ha êt che un camisin!/U m’a det Tugnì: – C’sa dit?/che babin u n’à bsogn d’gnit!/E’ vô sol un pô d’amór/ch’l’è par lo, mei de calor!/Bel babin, s’l’è tot aquè/ quel ch’avlì nenca da me,/ av prumet dnenz a tot quent/ch’av voj fê propi cuntent;/ ubidient a bab e mâma,/par tnì apiê sempar la fiâma:/una fiama ad grand amor/sol par Vò ch’a si e’ Signor.

 

Bel Bambino sulla paglia

Bel bambino sulla paglia/in quella casa senza muri/non senti che freddolino?/Io invece ho il cappotto./Bel bambino dimmi perché/non sei nato in dimore da Re/mentre qua senza calore,/ti rimedi un raffreddore?/Mi meraviglio della Madonna/così bella e tanto buona:/si vede proprio poverina/che non ha trovato una magliettina./San Giuseppe, dite un po’, ma com’è/voi avete quel mantello/ma questo povero angiolino/ha soltanto un camicino/Mi ha detto Tonio: “ma che dici!?/Quel bambino non ha bisogno di niente!/Vuol  soltanto un po’ d’ amore/che per lui è meglio del calore”/Bel bambino, se è tutto qua/ciò che volete anche da me/vi prometto innanzi a tutti quanti/che voglio farvi proprio contento:/ubbidiente a babbo e a mamma,/per tenere accesa sempre la fiamma:/una fiamma di grande amore/solo per voi che siete il Signore.

Questo testo è un omaggio al celebre Tommaso Masì Piazza (leggi di più)

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