guazza di san giovanni 23 giugno

La guazza di San Giovanni: una riflessione sulle tradizioni

La guazza di San Giovanni ci fa assaporare ancora quel rito benefico che favorisce la salute e il benessere per tutto l’anno. Non sappiamo se è così per davvero, ma ci piace pensare che prendere la guazza – l’acqua- di San Giovanni ci porti bene e che tenga lontane anche le tignole e le tarme dai nostri panni (come dice il proverbio d’altra parte: S’ t’ vù che ai tu pénn al tignol a n’ dega dan fai ciapé la guazza ad San Zvan – se vuoi preservare dalle tignole i tuoi panni fagli prendere la guazza di San Giovanni)

Le tradizioni hanno come fondamento principale due elementi: il calendario e le usanze. Molti secoli di lavoro sono stati necessari agli uomini per abbinare i cicli naturali a giorni, settimane, mesi e anni: per creare il calendario, insomma.

Seimila modi di parlarsi tra gli uomini del mondo sono ancora il mistero più grande che affascina il pensiero.

Le usanze sono segni, gesti, parole, riti, ricordi e dimenticanze, errori e perfezioni, purezze e contaminazioni, cibi e bevande legati ai territori con confini non segnati o riconosciuti dalle istituzioni. Solstizio di estate, la notte più breve dell’anno. Notte fuori dal tempo. Il sole comincia la discesa, cambia direzione.

Il sole gira: concerne una realtà di ordine iniziatico. Si tratta di una “conoscenza tradizionale”. Nel nuovo secolo il filo di seta della memoria e delle nostre semplici conoscenze vi propone questa riflessione in previsione di una serata “magica”, quella di San Giovanni (23 giugno), che segna il passaggio dalla primavera all’estate.


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Beppe Sangiorgi racconta: cosa fanno i contadini durante i lumi di marzo?

Uno dei più antichi e diffusi riti agresti delle campagne romagnole di un tempo era lóm a mêrz, i lumi di marzo, che ancora qualcuno pratica accendendo un falò nei campi l’ultima sera di febbraio. Fino a mezzo secolo fa invece il rito dei lumi di marzo, che segnava il passaggio dalla cattiva alla buona stagione, si svolgeva nelle ultime tre sere di febbraio e nelle prime tre di marzo. Dopo l’imbrunire, in ogni podere, i contadini accendevano grandi fuochi nei campi così che la pianura romagnola, tutta punteggiata di luci, appariva come un cielo rivoltato. Attorno ai fuochi saltellavano i bambini cantando strofette propiziatorie che variavano da località a località. Tra le più diffuse si ricorda:

“Lóm a mêrz, lóm a mêrz / ogni spiga fèza un bêrch, / un bêrch, un

barcaröl / ogni spiga un quartaröl, / un bêrch, ôna barchetta,/ ogni spiga

ôna maletta” (Lume a marzo, lume a marzo, / ogni spiga produca

una bica, / una bica, una bichetta / ogni spiga un piccolo sacco).

Il falò, il girotondo dei bambini e il canto erano volti a propiziare un buon raccolto in virtù del potere del fuoco capace, da una parte, di purificare eliminando tutte le negatività della passata stagione e, dall’altra parte, favorire la ripresa vegetativa ed un buon raccolto grazie al suo potere fertilizzante. Per questo, una volta spento il fuoco, i bambini ne disperdevano simbolicamente i resti nei campi. I fuochi dei lumi di marzo avevano anche il potere, per il principio della magia imitativa, di favorire il ritorno della luce e del calore del sole che però, già vigoroso, poteva provocare danni.

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Per evitarli il primo giorno di marzo i contadini romagnoli esponevano al sole il sedere nudo recitando: Sol d’mêrz, cusum e’ cul e non cusme ètar” (Sole di marzo, cuocimi il sedere e non cuocermi altro). Tanto quella era “carne matta” cioè di poco conto. Che col primo marzo si entrasse nella buona stagione lo testimoniava anche la cessazione di scaldare il letto con il “prete” e dell’uso delle scarpe, come sentenziava la saggezza popolare: Mêrz da e’ pè schêlz (Marzo dal piede scalzo).

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Come tutti i periodi di passaggio del tempo anche gli ultimi tre giorni di febbraio e i primi tre di marzo vedevano contrapporsi in lotta il passato e il futuro, il male e il bene, con il primo che prima di lasciare il campo voleva farsi sentire per un’ultima volta con un influsso misterioso e malefico, detto la canuciéra, che richiama la rocca da filare, simbolo del passare del tempo.

L’influsso negativo si verificava in modo non prevedibile nè avvertibile in qualsiasi momento dei sei giorni – detti per questo i dè dla canuciéra – e aveva il potere di far seccare le viti potate o vangate in tale momento. E, in ogni caso, avrebbe provocato una cattiva riuscita di ogni altro lavoro intrapreso talché i contadini nei sei giorni a cavallo tra febbraio e marzo si astenevano da ogni opera nei campi. 

E ancor oggi in Romagna, se qualcuno commette un errore nel lavoro, si sente apostrofare con: Te fat ôna canòcia.

Lom a merz, una spiga feza un berc: il ricordo di Vanda Budini

La Giàna ad Budini, emigrata oltre quarant’anni fa per fare l’insegnante in Sardegna (che allora era nota solo come terra di pastori e di briganti) ripete ormai da sola, a sé stessa, la domanda che ci facevano i nostri vecchi, in segno di affettuosa sollecitudine. Si risponde elencando gli aspetti delle nostre campagne nel tempo di passaggio fra l’inverno e la “buona stagione”. Era il tempo dei lumi a marzo, quando il nonno Filizi, seguito da una torma di bambini cantilenanti, percorreva tutti i confini della possessione nel buio di “prima sera”, impugnando e innalzando un forcale che reggeva sarmenti incendiati:

“Lóm a mêrz, lóm a mêrz / ogni spiga fèza un bêrch, / un bêrch, un barcaröl / ogni spiga un quartaröl, / un bêrch, ôna barchetta,/ ogni spiga ôna maletta

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Sa t’amancal tabaca?

Tot cuel ch’ um van d’arspondar, e i pe pec, um manca sempar pio…

e l segn dl’avciaja? che viughe par i viul a fen dl’inveran.

I fumeva i scul a la matena prest…

L’argor dla stala u m ciapa incora in gola: l’e mimoria ad ca nostra!

Um manca al sevi ad spen in t’la fiurida: al cureva long al riv int un vol ad neva bianca a ogni limpe ad vindsen.

A m sogn incora, e um dispis ch’u n i sia pio, segn de prugres d’j arzmant e dla campagna, a m sogn e spen marug che sona,

sbaciuclin spinduglon sora e fos grand.

A merz e scol l’era tota una fola: al violi, vargugnosi ad su natura a n staseva pio in se…

Al s-ciupeva toti int’na volta a corar zo pr e’ fos a spices int l’acua cera de Spaduler

E pu u m’amanca… al radiceli ad fabrer, colti int e’cavdel ad Maruchen… I prem radecc scruclent chi rumpeva i cudal dur, igiazej, i nostar strid ad burdeli par la Viaza!

Oh um n’amanca di cuel!

Um n’amanca!

Mo pio ad tot la mi zenta, la nostra ciacareda: e prem capi dla mi vita!

Ogni tant la m’arivm’ariva incora, int la mi testa, e me…a j arspond.

 

Se non sei un romagnolo DOC e non capisci il dialetto romagnolo, ecco la nostra traduzione!

Cosa ti manca bambina?

Tutto quel che mi viene da rispondere, e sembrano piccolezze, mi manca sempre più… è segno della vecchiaia?

quel vagare per i viottoli alla fine dell’inverno. Vaporavano i canali di prima mattina… Il sentore della stalla mi prende

ancora alla gola: è memoria di casa nostra!

Mi mancano le siepi di spino in fioritura: correvano lungo le sponde in un volo di neve bianca ad ogni folata di brezza.

Sogno ancora, e mi dispiace che non ci sia più, segno del progresso degli attrezzi e della campagna, sogno la marruca che suona,

campanellini penduli sopra il fossato grande.

A marzo lo scolo era tutta una favola: le viole, timide per natura non stavano più in sé…

Sbocciavano tutte insieme a correre giù per il fosso a specchiarsi nell’acqua chiara dello Spadolaro.

E poi mi mancano… le radichelle di febbraio, raccolte nella cavedagna di Maruchèn …

I primi radicchi croccanti che rompevano le zolle dure, ghiacciate, Oh me ne mancano di cose!

Me ne mancano!

Ma più di tutto la mia gente, la nostra lingua: il primo comprendere della mia vita!

Ogni tanto mi giunge ancora, nella mia mente,

e io …le rispondo. i nostri strilli di bambine per la Viaccia!

 

dai ricordi di Vanda Budini.