Imparare a riconoscere le erbe spontanee

In un passato anche recente, la gente andava per fiori nei prati e nei boschi attratta più dalla loro utilità che dalla loro bellezza. Dalle piante, infatti, si ricavano quasi tutte le medicine: riconoscere le erbe spontanee era una necessità e non solo un vanto; anzi si riteneva, addirittura, che l’efficacia di molte di queste piante fosse legata al momento, al luogo e persino al modo in cui venivano raccolte. Inoltre, le foglie e le radici dei fiori spontanei erano fonte di nutrimento; i petali e i frutti venivano schiacciati per ottenere tinture e cosmetici; e, sulla base di antiche superstizioni, a molte piante venivano attribuiti poteri magici, come se fossero dei veri e propri potenti talismani.

Anche oggi i fiori conservano tutta la loro magia, ma adesso sono essi ad aver bisogno di protezione. La visione primaverile di un bosco punteggiato di primule o l’improvvisa scoperta di una macchia di viole in un prato o lungo una siepe sono certo altrettanti toccasana per lo spirito dell’uomo e gli restituiscono per un attimo la capacità di guardare la natura con occhi incantati. Ma le moderne tecnologie agricole hanno reso molti fiori selvatici assai più rari di quanto non fossero una volta, tanto che, in primavera, i bambini non possono più correre nei prati e tornare con le mani piene di fiori.

Se l’uomo vuole continuare a godere della presenza dei fiori, deve salvaguardarli; e per far ciò è necessario che li conosca per nome e che capisca le loro necessità di vita. Riconoscere le erbe spontanee, oggi, diventa importante non per salvare noi stessi, come era una volta, ma per salvare i fiori e saperli gestire.

Fiori_IlLavorodeiContadini

In Italia esistono circa 6000 specie di piante spontanee con fiori. I nomi comuni con cui molte piante vengono chiamate sembrano echeggiare, con lirica stravaganza, la bellezza stessa dei fiori: “botton d’oro”, “fiordaliso”, “campanellino”, “amor nascosto”. Persino le erbe meno appariscenti hanno spesso nomi che echeggiano antichi incantamenti.

A volte l’origine di questi nomi si è persa nei tempi. Altre volte essi descrivono una qualità della pianta o l’uso che in passato ne faceva l’uomo. La “vulneraria” per esempio, era adoperata per curare le ferite, mentre la “pulicaria” scacciava le pulci e della “saponaria” si ricavava il sapone. Il sistema scientifico per l’attribuzione di nomi alle piante fu escogitato nel secolo XVIII dal naturista svedese Carlo Linneo, il quale volle per l’appunto metter ordine nella grande confusione allora esi- stente, al fine di semplificare lo studio della natura in tutte le sue forme.

  • La prima parte del nome scientifico di una pianta definisce il genere cui essa appartiene, cioè il gruppo di piante simili, quali Viola (le viole) o Primula (le primule).
  • La seconda parte del nome definisce la specie, cioè un gruppo di piante virtualmente identiche per caratteri fiorali e vegetativi, di solito in grado di incrociarsi tra loro. Nel genere Viola, per esempio, due specie molto diffuse sono: Viola odorata e Viola canina.

La gran parte dei nomi scientifici si basa sul greco o sul latino e spesso, come nel caso di Viola odorata, il nome specifico descrive una qualche particolare caratteristica della pianta. Per esempio la pianta potrà essere eretta (erecta), strisciante (repens o pendula); il colore dei suoi petali potrà essere bianco (alba), giallo (lutea), rosso (rubra), viola (purpurea), o azzurro (aterulea).

  • Il nome, inoltre, può descrivere talora il luogo di crescita di una pianta: il prato (pratensis), il bosco (sylvatica), la riva del mare (maritima), la sabbia (arenaria), la mon- tagna (montana), un muro (muralis), un acquitrino (palustris), l’acqua (acquatilis), oppure l’acqua e la terra insieme (amphibia).
  • Molti altri nomi, infine, segnalano l’utilità pratica delle piante: possono essere commestibili (edulis), coltivabili (sativa), usate in farmacia (officinalis), per curare le ferite (vulneraria), per curare la dissenteria (dysenterica), per liberarsi dei calcoli (saxifraga) o per curare le ossa rotte (ossifraga).

I contadini più esperti riuscivano a determinare con molta sicurezza la struttura, la fertilità con questa flora che possiamo definire ERBE INDICATRICI:

• Terreno sabbioso: centaurea, margherita e amarella

• Terreno argilloso: stoppione, ranuncolo, attaccaveste, salvia e radicchio

• Terreno-creta: ranuncolo rampicante, sperone di cavaliere e argentina

• Terreno-terriccio: erba morella-stellaria e lamio-stellaria

GRADO DI FERTILITA’:

• Terreno fertile: lamio, farinaccio, centonodi, erba cornetta

• Terreno poco fertile: camomilla, coda di cavallo e ramolaccio selvatico

• Terreno molto fertile: ortica, euforbia, tiercorella e stellaria media

• Terreno alcalino: salvia-lupinella, senape e sperone di cavaliere

• Terreno acido: acetosa, ramolaccio, veronica e coda di cavallo

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